Prepariamo bene l’omelia

A proposito di comunicazione, sarebbe interessante riflettere con quali mezzi comunichi oggi la Chiesa. Magari, la risposta più immediata è che anche essa comunica con la radio e la televisione, con facebook, instagram, tweet, con gli organi di stampa quotidiani, settimanali, mensili, da quello più ufficiale, come l’Osservatore Romano, a quello più ordinario come il bollettino parrocchiale. Eppure, esiste una particolare forma di comunicazione della Chiesa, che segue canali molto speciali, data la sua natura d’istituzione che non ha il compito di informare, ma di formare, di celebrare i sacramenti della grazia e non di dare notizie sulla vita presente e su quella futura. Una forma di comunicazione ecclesiale è, per esempio, la confessione. Nella pratica della confessione si svolge una comunicazione sincera tra chi si pente e chi accoglie il pentimento in nome di Dio Padre. In questa comunicazione non sono possibili notizie false. È molto sincera, trasparente, consolante. Alla comunicazione della confessione si può collegare quella della celebrazione dell’Eucaristia, nella quale ogni gesto è carico di significato. Certamente, il gesto comunicativo più evidente è l’omelia. Papa Francesco ha dedicato una parte dell’Evangelii Gaudium proprio all’omelia. “Mi soffermerò particolarmente e persino con una certa meticolosità, scrive il pontefice, sull’omelia e la sua preparazione, perché molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo. Di fatto, sappiamo che i fedeli le danno molta importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. È triste che sia così. L’omelia può essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante incontro con la Parola, una fonte costante di rinnovamento e di crescita” (135). “Rinnoviamo la nostra fiducia nella predicazione - continua papa Francesco - che si fonda sulla convinzione che è Dio che desidera raggiungere gli altri attraverso il predicatore e che Egli dispiega il suo potere mediante la parola umana. San Paolo parla con forza della necessità di predicare, perché il Signore ha voluto raggiungere gli altri anche con la nostra parola (cfr Rm 10,14-17). Con la parola nostro Signore ha conquistato il cuore della gente.Venivano ad ascoltarlo da ogni parte (cfr Mc 1,45). Restavano meravigliati “bevendo” i suoi insegnamenti (cfr Mc 6,2). Sentivano che parlava loro come chi ha autorità (cfr Mc 1,27). Con la parola gli Apostoli, che aveva istituito «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14), attrassero in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15.20)”. “L’omelia - precisa, infine, il Papa - non può essere uno spettacolo di intrattenimento, non risponde alla logica delle risorse mediatiche, ma deve dare fervore e significato alla celebrazione. È un genere peculiare, dal momento che si tratta di una predicazione dentro la cornice di una celebrazione liturgica; di conseguenza deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione. Il predicatore può essere capace di tenere vivo l’interesse della gente per un’ora, ma così la sua parola diventa più importante della celebrazione della fede. Se l’omelia si prolunga troppo, danneggia due caratteristiche della celebrazione liturgica: l’armonia tra le sue parti e il suo ritmo. Quando la predicazione si realizza nel contesto della liturgia, viene incorporata come parte dell’offerta che si consegna al Padre e come mediazione della grazia che Cristo effonde nella celebrazione. Questo stesso contesto esige che la predicazione orienti l’assemblea, ed anche il predicatore, verso una comunione con Cristo nell’Eucaristia che trasformi la vita. Ciò richiede che la parola del predicatore non occupi uno spazio eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro”.

+ Ignazio Sanna

Oristano 19/09/2018 05:13

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