Antropologia e religione,il parere di Sergio Givone

Perché non possiamo fare a meno della religione. Questo è il sottotitolo del libro del filosofo Sergio Givone Quant'è vero Dio, pubblicato qualche settimana fa dalla casa editrice Solferino. Givone, piemontese trapiantato a Firenze, è professore emerito di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Nella presentazione del volume, si enumerano i diversi atteggiamenti dell’Occidente secolarizzato nei confronti della religione, come i post-religiosi, gli atei, i materialisti, e ci si chiede se sia veramente in via di estinzione l’atteggiamento più semplice, quello di credere. In tutta risposta, si afferma che la credenza è tuttora viva e “la religione non è scomparsa affatto”. Per l’Autore del libro, il bisogno di Dio torna alla ribalta ovunque nel mondo, in modi anche drammatici. È vero che, secondo alcune opinioni, la religione sarebbe stata inventata dagli uomini per “autoconsolarsi” della propria condizione mortale. Ma, se questa fosse la verità, non si capisce come mai tutte le religioni abbiano sempre offerto ai fedeli e ai non-fedeli scenari inquietanti, dal giudizio finale al paradiso e all'inferno. Il fatto è che la religione, si conclude, “nel momento in cui risponde alla domanda sul senso della vita, riguarda la nostra libertà, perché della libertà è l’ultima difesa e non la soppressione. Per questo motivo, il ritorno a Dio è necessario al fine di contrastare il totalitarismo in tutte le sue forme. Se è vero che la religione non può essere tenuta fuori dalla sfera pubblica, riflettere sulla sua opportunità significa riflettere sulla giustizia, che è ciò da cui si dispiega l’ordinamento stesso del mondo e del nostro stare insieme come umani”. Sergio Givone è un laico consapevole che laico non è chi rivendica la propria indifferenza nei confronti della religione ma, al contrario, chi la prende sul serio, riconoscendo che i contenuti essenziali con cui è chiamato a fare i conti, le ragioni per cui vive, vengono proprio dalla religione. Il filosofo fiorentino, nella prefazione, scrive che “se Dio esce di scena, l’uomo la occupa in modo sempre più esagerato: sia pure nello smarrimento, nella confusione, come chi non si riconosce più, né sa più come ritrovarsi. Era a immagine e somiglianza di Dio, ma adesso? Tolto di mezzo Dio, chi o che cosa lo autorizza a pensare con Kant che ogni uomo debba essere trattato sempre come fine e mai soltanto come mezzo? Perché mai a chiunque si dovrebbe riconoscere una dignità incondizionata e quindi un valore che trascende qualsiasi valore di scambio?”. “Disincanto del mondo - prosegue il Givone - secolarizzazione, desacralizzazione: tutto ciò ci ha portato nei pressi di una soglia oltre la quale bisogna dire, come ha detto Dostoevskij: tutto è lecito. Anche trattare l’uomo come mezzo e soltanto come mezzo. Anche la manipolazione dell’umano, anche l’antropofagia… Quella soglia sta per essere varcata. O forse lo è già stata. Non può certo impedirci di farlo l’etica utilitaristica, forse la sola che può avere ancora una parvenza di credibilità. Se non altro perché ciò che l’uomo è in grado di fare prima o poi lo fa. E l’uomo è in grado di creare o rimodellare se stesso: ossia un uomo a propria immagine e somiglianza e non più a immagine e somiglianza di Dio”. Possiamo pure dimenticare il problema dell’esistenza di Dio, conclude il Givone. “Non importa dimostrare l’esistenza di Dio: così fosse, si tratterebbe pur sempre dell’esistenza di un ente, se non di un idolo. Importa invece che Dio sia alla radice di ciò che ci diciamo gli uni gli altri, importa ciò per cui crediamo sinceramente valga la pena di vivere, importa del senso o del non senso dell’essere al mondo, e quindi dell’essere, perché aver fede in Dio significa credere che abitare il mondo non sia cosa insensata ma abbia un senso, addirittura un senso ultimo. Importa della verità. È più vicino a Dio chi fa professione di ateismo, ma tiene ferma la verità, di chi nega la verità in nome di Dio”.

+ Ignazio Sanna

Oristano 21/07/2018 04:03

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