Una profonda esperienza disilenzio e preghiera

Sono andato diverse volte a Lourdes, sia da solo che in pellegrinaggi comunitari, come quello organizzato dalla nostra Diocesi nel 2014. In tutte queste occasioni ho fatto sempre una profonda esperienza di silenzio, di riflessione, di preghiera. Non sono andato mai con l’intenzione di assistere a miracoli di guarigione di amici o parenti malati. Sono convinto, infatti, che il Signore sa quando e come intervenire nella vita delle persone, e noi dobbiamo solo pregare d’avere la forza di fare la sua volontà, soprattutto quando questa non coincide con i nostri progetti. Questa volta sono andato anzitutto per rispondere all’invito di presiedere il pellegrinaggio dell’Unitalsi. Ma, in cuor mio sono andato principalmente per l’esigenza personale di staccare la spina dai problemi quotidiani e ringraziare Dio e la Madonna per tutti i doni che ho ricevuto negli anni del mio ministero episcopale. Questo ministero si avvia alla conclusione, e, allora, ho sentito il bisogno di affidare al cuore di Maria la famiglia diocesana e il suo futuro di vangelo e profezia. Sono andato e tornato in aereo, perché avevo il tempo contingentato da impegni pastorali in Diocesi. Quindi, non ho sofferto la fatica del viaggio, durante il quale, in treno o in nave, si assiste a meravigliose testimonianze di altruismo e generosità. Esteriormente, ho vissuto l’esperienza del classico pellegrinaggio, segnato dalle tappe “canoniche” della preghiera del Rosario alla Grotta, la messa internazionale, la via Crucis, il bagno alle piscine, la fiaccolata serale, le confessioni. Ma, interiormente, ho vissuto il contatto con tante persone sofferenti, che mi hanno fatto dimenticare o per lo meno relativizzare i problemi personali e suscitare sentimenti di condivisione e compassione. Queste persone, con la sofferenza della malattia e il sorriso sul volto, hanno trasformato la carrozzella in altare e il lamento in preghiera. Con la mente sono spesso riandato a quella pagina del Vangelo di san Marco, nella quale Gesù cacciò la gente fuori dalla casa del capo della Sinagoga Giairo, prese con sé il padre e la madre della bambina da guarire, quelli che erano con lui, e prese con sé anche i tre discepoli preferiti. Ho immaginato che avesse portato i discepoli a contatto con il dolore dei genitori, perché acquistassero la sapienza della vita e della morte, toccassero con mano che cosa significa per i genitori perdere una figlia in giovane età, sperimentassero in modo particolare la verità della morte che colpisce tutti i figli di Dio. E ho rivissuto i momenti in cui anch’io sono stato condotto dal mio dovere di pastore a benedire i malati sul letto di morte e a stringere le mani di chi si sentiva abbandonato da Dio e dagli uomini. Davanti alla forza di rassegnazione e alla capacità di serenità dei malati le mie lezioni di teologia della vita e della morte diventavano pie considerazioni o ragionamenti consolatori. Non posso non condividere ciò che ho sentito dire da un giovane: “Lourdes fa uscire la parte migliore di noi, di noi giovani, che finalmente riusciamo a sentirci utili. Io a Lourdes per la prima volta nella mia vita mi sono sentita capace di aiutare gli altri, di affrontare con un sorriso i problemi più gravi. Lourdes mi ha insegnato a non fermarmi davanti alle futilità della vita, ad avere fede e a credere in ogni cosa fino in fondo. Mi ha insegnato a vivere e non ad accontentarmi di vivere. Gli ammalati sono i protagonisti che durante questo cammino di fede ti danno forza con un sorriso quando pensi di non essere all’altezza. Certamente, ognuno di noi vive diversamente il cammino di questa oasi, quasi fosse un paradiso terrestre ove regna la perfezione del silenzio”. In definitiva, io ho vissuto il pellegrinaggio come una scuola di fede e di devozione, nella quale insegna chi si avvicina a Dio nel culmine della malattiae impara chi si dimentica di Dio nel culmine della gioia. Veramente, “nella volontà di Dio è la nostra gioia; non dimenticheremo mai la sua parola”!

+ Ignazio Sanna

Oristano 22/10/2018 18:25

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