San Gregorio Magno li considerava la sua famiglia

Oggi si parla comunemente delle vecchie e nuove povertà, senza specificare quali sono le vecchie e quali sono le nuove. Non è la stessa cosa, infatti, parlare della povertà di un marito abbandonato dalla moglie e costretto a dormire in macchina; di un profugo che vaga per le strade di una città senza meta e senza soldi; di una famiglia di quattro e più figli in cui il padre è disoccupato e la madre casalinga non ha alcuno stipendio. Di per sé, non è facile neppure definire chi sia il povero e se, per esempio, la povertà materiale sia più brutta della povertà morale. Si aggiunga, poi, la povertà di affetti e di valori, vissuta da coloro che non hanno parola, dagli emarginati, dai disabili, dai ragazzi di strada. Il Concilio ha introdotto la terminologia della “Chiesa dei poveri”, prendendo lo spunto da una frase di papa Giovanni XXIII che, nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962, disse: “In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. La Costituzione dogmatica Lumen Gentium ha scritto: “Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre “ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito” (Lc 4,18), “a cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo” (n. 8). E la costituzione Gaudium et Spes ha ricordato che: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nullaVi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Questi testi influenzarono il magistero pontificio, tanto che nel 1975 PaoloVI affermò che: “la Chiesa ha il dovere di annunciare la liberazione di milioni di esseri umani, molti di loro essendo suoi figli; il dovere di aiutare questa liberazione a nascere, di rendere testimonianza ad essa, di lavorare affinché sia totale. Ciò non è estraneo all’evangelizzazione”. Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte scriveva: “Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come a casa loro. Non sarebbe questo stile la più efficace presentazione della buona novella del regno?” (n.50). Papa Francesco ha indicato il suo programma nel prendersi cura particolare dei poveri. “Da sempre la Chiesa ascolta il grido dei poveri, ha scritto recentemente, e anche se ci sono stati momenti in cui i cristiani si sono lasciati contagiare dalla mentalità mondana, innumerevoli pagine di storia, in questi duemila anni, “sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri”.
In altri termini, la Chiesa, dal suo inizio nella comunità di Gerusalemme come ai tempi di Gregorio Magno, che considerava i poveri di Roma come la sua famiglia, non è mai rimasta a fare la dirimpettaia di fronte alle povertà e alle miserie della gente. Si è sempre presa cura dei poveri e dei bisognosi. Per grazia di Dio, accanto alle controtestimonianze di tanti ecclesiastici che si sono macchiati del crimine orrendo della pedofilia, o di altri ecclesiastici che si sono arricchiti con i soldi dei poveri, abbiamo anche dei fulgidi esempi di ecclesiastici che hanno speso la loro vita nel servizio agli umili, agli emarginati, ai senza tetto, ai profughi. La nostra Chiesa Diocesana ha dimostrato sempre una grande sensibilità e generosità nelle diverse situazioni di bisogno della gente. La Caritas Diocesana, i parroci, le diverse associazioni caritative non risparmiano energie e tempo nell’alleviare, per quanto è possibile, le sofferenze della povera gente.

+ Ignazio Sanna

Oristano 21/10/2018 08:23

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